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CIVES: secondo incontro sulla finanza etica con Giuseppe Sottile

9 novembre 2017 • pubblicato da: Redazione • in Uncategorized

Giovedì 9 novembre alle ore 17.00 presso il Centro di Cultura “R. Calabrìa”, in P.zza Orsini 33, si terrà il secondo incontro dell’undicesima edizione di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune sul tema: “La finanza etica al servizio dei poveri e dei giovani”. Interverrà Giuseppe Sottile Direttore Banca Etica di Napoli.

Il laboratorio CIVES è promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento in collaborazione con il Centro di Cultura “R. Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.  Il tema generale dell’edizione 2017 – 2018 è: Generare vero sviluppo ascoltando il grido dei poveri. Il percorso formativo si articolerà in 13 incontri e in attività laboratoriali.

Coordinatore dell’iniziativa formativa è Ettore Rossi, Direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro, mentre la direzione scientifica è affidata al Prof. Paolo Rizzi dell’Università Cattolica.

CIVES: Riscoprire la logica del legame per affrontare la questione della povertà

9 novembre 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives

Ne va della democrazia e della tenuta sociale. Ne sono convinti i relatori intervenuti ieri alla Prolusione dell’undicesima edizione di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune, che ha come tematica “Generare vero sviluppo ascoltando il grido dei poveri” ed è promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento in collaborazione con il Centro di Cultura “R. Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Gli interventi per contrastare la povertà sono stati al centro della riflessione. La situazione attuale di precarietà economica e di disuguaglianza sociale è tale da richiedere un intervento massiccio e immediato in un tessuto sociale che rischia di incancrenirsi e  fossilizzarsi in un punto di non ritorno. In sintesi questo è l’allarme lanciato dai relatori. L’impegno di tante organizzazioni cattoliche e laiche si sta concentrando sulla necessità di richiamare i singoli, gli educatori e, in primis, la politica, a misure di affrancamento dalla crisi che, partita con i connotati di un depauperamento economico, mina ora la stabilità sociale e la stessa democrazia.

“Il patto sociale è venuto meno”, lamenta Ettore Rossi, direttore  dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro  della Diocesi di Benevento. “La generazione dei “Millennial”, i nati tra il 1980 e il 2000, e quella “Zeta”, i nati dopo il 2000, non hanno più la prospettiva – come è stato per noi – di migliorare la loro condizione rispetto ai propri genitori. I dati Istat ci comunicano situazioni di estrema precarietà: nelle varie aree italiane è in aumento il fenomeno della povertà assoluta, di chi è costretto a organizzare la propria vita intorno ad un budget di 500 euro o poco più. Tra i poveri assoluti vanno annoverati anche giovani e minori che si rivolgono sempre di più alla Caritas. Basta pensare proprio al destino dei bambini che nascono in famiglie povere. Se non si riesce a tirar fuori dalla miseria le loro famiglie, essi da adulti hanno molte probabilità di vivere un’esistenza che li lascerà ai margini della comunità. Il decreto legislativo che ha istituito il REI, reddito di inclusione operativo a partire da gennaio 2018, è indiscutibilmente una misura importante, capace di garantire livelli minimi esistenziali, ma non può essere la soluzione.

“Finiremo per creare povertà di serie A e povertà di serie B, non potendo garantire supporto economico a chi, anche se di poco, sarà fuori dai parametri per ricevere il sussidio”. E’ di questa opinione Danilo Parente, presidente provinciale delle ACLI di Benevento. La nostra Carta costituzionale, che agli articoli n. 2 e 3 garantisce democrazia e lavoro, rischia di dover essere rimaneggiata, perché non più in grado di garantire lavoro e la stabilità sociale che ne consegue. La globalità ci ha inseriti tutti in un grande calderone in cui si condividono le stesse problematiche. E’ necessario e non più rinviabile una politica che miri al long life learning e alla formazione ai nuovi lavori. L’industria 4.0 acutizza  il problema dell’assenza di lavoro. La robotica invade e pervade  ogni campo lavorativo e si prevede, secondo i dati riportati da Roberto Rossini, Presidente nazionale delle Acli e portavoce di “Alleanza contro la povertà”, che nei prossimi dieci anni diremo addio ad  alcuni lavori che non saranno più richiesti, a favore di altri, di cui oggi fatichiamo a riconoscere la necessità. Seconda una nota ricerca inglese nei prossimi dieci anni il mercato del lavoro richiederà di formare costruttori di parti del corpo,  nano-medici in grado di operare con le nanotecnologie, chirurghi capaci di intervenire per l’aumento della memoria, piloti spaziali,  agricoltori verticali, avvocati virtuali per dirimere questioni nate nel mondo virtuale,  sviluppatori di mezzi di trasporto alternativi, responsabili per lo smaltimento dei rifiuti dei dati personali sul web, responsabili della gestione della vita digitale,  assistenti sociali per i social network per la  cura di  persone traumatizzate dall’avere pochi “like”, personal brander (si occupa di definire insieme al professionista cliente che tipo di identità e personalità vuole trasmettere e  lo aiuta a sviluppare il networking in maniera veloce e virale attraverso i nuovi canali social Facebook, Twitter, etc. n.d.r.).

“La povertà cozza con stili di vita elevati di cui non riusciamo più a fare a meno”, sostiene il presidente nazionale delle ACLI. Abbiamo bisogni incomprimibili, come il possesso del telefonino, che reputiamo ormai essenziale e non accessibile a tutti per gli alti costi. Poi cita Bauman e la sua teoria secondo cui l’economia vigente induce i desideri e perciò crea povertà. La squilibrata distribuzione del reddito crea diseguaglianza e disagio sociale.  Si assiste ad un ritorno di fantasmi del passato: differenze di sesso, religione, opinione politica, status sociale condizionano la distribuzione del reddito. L’alternativa proposta da Rossini è di attivare piuttosto la “logica del legame”, che vede impegnati professionalità e competenze diverse per fare impresa e coesione sociale. Alla politica attiene il compito di misure lungimiranti. Ben venga il REI o reddito di inclusione sociale, ma ci mette in guardia il presidente ACLI: “non si può ritenerlo risolutivo della povertà”.

S.E. Mons. Accrocca Arcivescovo di Benevento anticipa il pensiero di Rossini e lamenta la difficoltà a riconoscere nell’attuale società i germi della dissoluzione. Corsi e ricorsi storici inducono a pensare che momenti come questi siano già stati vissuti. La Bibbia ci parla di vacche grasse e di vacche magre, di esodi e di antiche forme di globalizzazione. Oggi come allora la povertà è invisa perché riflette la paura di diventare poveri noi stessi. “Risolverla”, dice Mons. Accrocca, “non è solo una questione di solidarietà, è piuttosto un problema di giustizia. E conclude: “Il vestito che non usi più è quello che manca al povero, il cibo che ti avanza è quello che manca al tuo prossimo”.  L’invito è alla rieducazione sentimentale e al rispetto per l’altro e per la vita, in tutte le sue forme per evitare che la piramide sociale si allarghi sempre più alla base. Le agenzie educative, in primis la famiglia, la scuola e la parrocchia sono chiamate ad orientare positivamente il cambiamento.

 

Buttare via la chiave non è la soluzione del problema carcere, piuttosto dobbiamo costruire ponti

28 settembre 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives, Problemi Sociali

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“E ora la palla passa a me”. Dal libro di Antonio Mattone l’invito ad una analisi sociologica e psicologica della detenzione e degli interventi possibili.

Una sorta di ipocrisia vittoriana ammanta da sempre la questione della detenzione carceraria in Italia. Da un lato l’art. 27 della Costituzione […Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…], dall’altro una facile risoluzione ai problemi della mancata rieducazione e reinserimento sociale che hanno valso all’Italia, tra l’altro, la condanna di Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo del 2013 per trattamento inumano ai detenuti. Un vuoto legislativo lascia all’azione dei tanti volontari operosi e al senso di umanità di chi vi opera quanto invece andrebbe sancito per vie legali.

Ospite ieri presso la sede del Centro di Cultura “Raffaele Calabria” è Antonio Mattone, esponente della Comunità di S. E gidio di Napoli. Autore del libro “E ora la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere”. A commentare i temi scottanti connessi con la condizione carceraria sono intervenuti S.E. Mons. Felice Accrocca Arcivescovo di Benevento, Cosimo Giordano, già direttore di carceri italiani e tra questi, del carcere di Poggioreale a Napoli; il vicesindaco di Benevento Mario Pasquariello. Ha moderato i lavori Ettore Rossi, direttore dell’Ufficio per i problemi Sociali e il Lavoro della diocesi di Benevento che ha ricordato come il Laboratorio CIVES intende mantenere un’attenzione costante sulla realtà del carcere, avendo già approfondito il tema della giustizia riparativa. “Se la società si divide tra chi vuole cancellare anche dalla vista le carceri e chi vuole costruire un ponte tra questo mondo e la comunità, noi siamo da questa seconda parte, perché abbiamo un’umanità che ci accomuna indipendentemente dagli errori commessi da chi è attualmente dietro le sbarre”. Luisa Del Vecchio e Antonio Assante hanno letto alcuni passi tratti dal libro.

Cosimo Giordano ha ripercorso gli anni bui del carcere di Poggioreale quando, in strutture fatiscenti e in condizione di promiscuità, di carenze del sistema sanitario interno e di incapacità di offrire percorsi alternativi di recupero, si consumava il fallimento del sistema carcerario e si lasciava di fatto nelle mani dei clan malavitosi la conduzione della struttura. Il direttore ricorda la mattanza dei detenuti avvenuta in occasione dell’apertura in via precauzionale delle celle a seguito del terremoto del 23 novembre del 1980. Anche il mondo dalla parte dei “giusti” contò le sue vittime: sei agenti di custodia furono trucidati nello stesso periodo. Le mura del carcere sembravano permeabili: vi si nascondevano coltelli, armi automatiche e candelotti di dinamite. Fu il fallimento dello Stato, che rispose con la linea dura, “necessaria ma non esaustiva”, sottolinea Giordano. Fu allora che si comprese che la formula del “rinchiudiamoli e buttiamo via la chiave” aveva fatto il suo tempo. La sentenza Torreggiani, pronunciata dalla Corte di Strasburgo nel 2013, racconta il direttore, aprì la via ad un nuovo modo di concepire la detenzione, anche se ad oggi la strada da percorrere in tal senso è ancora impervia. Molta la riluttanza, anche dello stesso personale di polizia penitenziaria che teme per l’ordine e la sicurezza interna quando si affronta il tema delle carceri aperte. La società civile in genere è disorientata dal clima di recrudescenza terroristica, che finisce col frenare anche il legislatore, “anche per motivi meramente elettorali”, denuncia il vicesindaco Mario Pasquariello che, pure, riconosce la necessità di offrire riscatto a chi lo cerca e pone in capo alle autorità legislative la responsabilità del cambiamento. “Se solo ripercorriamo le condizioni ulteriori di abbrutimento di questa estate: quaranta gradi da affrontare in condizioni di sovraffollamento, comprendiamo come una svolta sia non solo necessaria, ma urgente”. S.E. Mons. Accrocca ripercorre la sua esperienza presso una comunità di recupero per tossicodipendenti. “Tutti i ragazzi avevano già affrontato il carcere e questo non li aveva resi migliori”, sottolinea. Perseguire la linea del “buttiamo via la chiave”, argomenta, “paga elettoralmente ma costa allo Stato in termini economici e sociali”. Di fatto ogni detenuto costa allo Stato circa 184 euro al giorno. Denuncia il vuoto gridare nei talk show ed invita a non ragionare con la pancia, ma a riflettere nei tempi e nelle modalità necessarie ad affrontare temi così scottanti, la cui risoluzione non può che riverberarsi con esiti positivi sulla società. Poi conclude con una riflessione sull’attualità dell’arruolamento nelle fila del fondamentalismo e il parallelismo con l’antico arruolamento degli emarginati nella rete della camorra. C’è evidentemente un problema sociale, ma anche valoriale, che va affrontato per evitare a monte che si finisca in carcere.

“Solo perché si è stati in carcere non vuol dire che si diventi migliore”. Così esordisce Antonio Mattone che per l’esperienza ventennale di volontariato si sente di ribadire che il carcere impoverisce, rende disumani e allontana dagli affetti, gli unici che, invece, possono aiutare il recupero. Introduce il tema della giustizia riparativa e riporta il caso del figlio di Giuseppe Salvia, cui è intestato il carcere di Poggioreale essendone stato vicedirettore e fatto uccidere dalla camorra per ordine di Cutolo. A distanza di anni dall’uccisione del padre il giovane figlio chiese ed ottenne di poter partecipare alla messa di Natale nel carcere insieme ai detenuti, ma in incognito. Da allora, precisa l’autore, non manca di farlo ogni anno ed ha coinvolto anche sua madre. Evidentemente non è la negazione dell’altro, ma il recupero e la riabilitazione che sottraggono vittima e carnefice all’ergastolo del “fine pena mai”, intesi in termini di sofferenza interiore, mai rielaborata.

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L’impresa di creare lavoro al Sud. Terza Summer School CIVES a Pietrelcina il 15 e 16 settembre

22 agosto 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives, Lavoro, Policoro

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Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con la Summer School CIVES che si terrà a Pietrelcina, presso il Palavetro, il 15 e 16 settembre sul tema “L’impresa di creare lavoro al Sud”. L’iniziativa è promossa dall’Ufficio Problemi Sociali e Lavoro della Diocesi di Benevento, dal Centro Nazionale per il Volontariato e dal Comune di Pietrelcina.

Il tema scelto per questa terza edizione si pone in ideale connessione con la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani che si terrà a Cagliari a fine ottobre, che ha per titolo “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale”.

Nelle due giornate della Summer School CIVES si affronteranno questioni di ampio respiro partendo dalle esperienze, dalle buone pratiche e dalle risorse del Mezzogiorno d’Italia per guardare all’intero Paese, al fine di trovare prospettive e sentieri di sviluppo che possano aiutare, in una logica unitaria e di coesione, i meridionali e tutti gli italiani a sentirsi protagonisti di pagine di rinnovata fiducia nel futuro. In particolare, saranno approfonditi gli strumenti e le strategie per affrontare il problema principale del Sud, cioè come creare opportunità di lavoro soprattutto per i giovani che, in tanti, pur avendo le competenze si vedono tagliati fuori dal  pieno inserimento nella vita attiva.

Numerosi e qualificati i relatori che si avvicenderanno nelle tre sessioni previste. Le conclusioni della Summer School saranno tratte dal Prof. Claudio De Vincenti Ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno.

L’iniziativa formativa è realizzata in collaborazione con il Centro di Cultura “Raffaele Calabrìa” e con il patrocinio della Comunità Montana Titerno e Alto Tammaro.

La partecipazione è gratuita. Chi avrà frequentato le tre sessioni della Summer School CIVES riceverà l’attestato di frequenza e partecipazione.

Per informazioni e iscrizioni: tel. 0824 990657 – 0824 991390 cell. 328 1639763;

mail:    info@comune.pietrelcina.bn.it

            socialelavoro@diocesidibenevento.it

SUMMER SCHOOL CIVES_2017_SCHEDA ISCRIZIONE

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Brochure Summer School CIVES_esterno

Brochure Summer School CIVES_interno

Con il gesuita Francesco Occhetta si parlerà di giustizia riparativa presso la casa circondariale di Benevento

18 aprile 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives, Giustizia e Pace

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“La giustizia capovolta. Verso un modello di giustizia riparativa”, è il tema dell’incontro che la Diocesi di Benevento, attraverso l’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro, organizza venerdì 21 aprile alle ore 10.30 presso la Casa Circondariale di Benevento.

L’incontro pone all’attenzione del mondo carcerario, della giustizia, delle istituzioni e del sociale le riflessioni di Padre Francesco Occhetta gesuita e scrittore de “La Civiltà Cattolica”, autore del libro “La giustizia capovolta. Dal dolore alla riconciliazione” (Edizioni Paoline, 2016).

La giustizia riparativa è stata, inoltre, scelta da CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune come tematica da approfondire nell’ambito delle attività della decima edizione attualmente in corso.

Il programma dell’incontro a tema è così articolato: saluta Maria Luisa Palma Direttrice della Casa Circondariale di Benevento, introduce Ettore Rossi Direttore Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della Diocesi di Benevento, relaziona Padre Francesco Occhetta S.J. scrittore della rivista “La Civiltà Cattolica”, interviene Bruno Vallefuoco familiare di vittima innocente e coordinatore regionale del settore memoria di Libera, seguono le testimonianze di alcuni detenuti, conclude S. E. Mons. Felice Accrocca Arcivescovo di Benevento.

Obiettivo dell’incontro è riflettere su un importante cambio di paradigma nella concezione della giustizia. Scrive a questo proposito Padre Francesco Occhetta:Occorre che il sistema penale classico, basato sul modello di “giustizia retributiva”, che ha come fini degli oggetti – la legge è stata infranta e si deve dare una punizione -, lasci spazio al modello di giustizia ripartiva o riconciliativa, che colloca la centro dell’ordinamento la vittima e la società”.