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Con il gesuita Francesco Occhetta si parlerà di giustizia riparativa presso la casa circondariale di Benevento

18 aprile 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives, Giustizia e Pace

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“La giustizia capovolta. Verso un modello di giustizia riparativa”, è il tema dell’incontro che la Diocesi di Benevento, attraverso l’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro, organizza venerdì 21 aprile alle ore 10.30 presso la Casa Circondariale di Benevento.

L’incontro pone all’attenzione del mondo carcerario, della giustizia, delle istituzioni e del sociale le riflessioni di Padre Francesco Occhetta gesuita e scrittore de “La Civiltà Cattolica”, autore del libro “La giustizia capovolta. Dal dolore alla riconciliazione” (Edizioni Paoline, 2016).

La giustizia riparativa è stata, inoltre, scelta da CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune come tematica da approfondire nell’ambito delle attività della decima edizione attualmente in corso.

Il programma dell’incontro a tema è così articolato: saluta Maria Luisa Palma Direttrice della Casa Circondariale di Benevento, introduce Ettore Rossi Direttore Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della Diocesi di Benevento, relaziona Padre Francesco Occhetta S.J. scrittore della rivista “La Civiltà Cattolica”, interviene Bruno Vallefuoco familiare di vittima innocente e coordinatore regionale del settore memoria di Libera, seguono le testimonianze di alcuni detenuti, conclude S. E. Mons. Felice Accrocca Arcivescovo di Benevento.

Obiettivo dell’incontro è riflettere su un importante cambio di paradigma nella concezione della giustizia. Scrive a questo proposito Padre Francesco Occhetta:Occorre che il sistema penale classico, basato sul modello di “giustizia retributiva”, che ha come fini degli oggetti – la legge è stata infranta e si deve dare una punizione -, lasci spazio al modello di giustizia ripartiva o riconciliativa, che colloca la centro dell’ordinamento la vittima e la società”.

CIVES: Il “nuovo” che desideriamo per il nostro paese, la nostra città, la nostra vita.

4 marzo 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives

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“Ecco io faccio nuove tutte le cose”, su questo tema si sono confrontati, ieri giovedì 2 marzo presso la Sala Lazzati del Centro di Cultura “Raffaele Calabria”, Padre Antonio Tremigliozzi Ministro Provinciale dei Frati Minori Sannio e Irpinia, la Prof.ssa Antonella Fusco autrice del libro “Francesco, il calore della speranza” e il Dott. Antonio Mattone Portavoce della Comunità di Sant’Egidio di Napoli. L’incontro rientra nell’ambito della decima edizione di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune.

Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro ha introdotto i lavori dicendo: “Per rendere credibile ed efficace la nostra aspirazione a rinnovare le strutture della nostra società, nel senso di renderle più umane e più giuste, dobbiamo rinnovare prima di tutto noi stessi. In questo senso Papa Francesco ci ha indicato un metodo, cioè di avviare processi piuttosto che occupare spazi. E’ lo sforzo di innescare dinamiche nuove avendo la pazienza di favorirne nel tempo esiti buoni”. Padre Antonio Tremigliozzi nel suo intervento ha spiegato il senso del “nuovo” che desideriamo per il nostro paese, la nostra città, la nostra vita. Esso ha un’accezione sia cronologica che qualitativa. “All’inizio dell’essere cristiani c’è l’incontro con Cristo da cui far scaturire una nuova evangelizzazione che deve essere nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nelle sue espressioni”. Il Ministro provinciale dei Frati Minori ha poi ricordato i due convegni ecclesiali nazionali che hanno particolarmente focalizzato il tema. Quello di Palermo del 1995 ha individuato la carità come via maestra per il rinnovamento della società italiana e nel cui documento finale si dice che “la fede non ci distoglie dai nostri doveri terreni, ma ci obbliga ancor di più a compierli”. Il mandato è quello di voler stare dentro la storia con amore. E poi il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 che ha indicato le cinque vie di un nuovo umanesimo: uscire, annunciare, abitare, educare,

trasfigurare. E’ poi intervenuta la Prof.ssa Antonella Fusco che ha sottolineato come il rinnovarsi è un cammino personale da condividere con l’altro. Nel riferirsi al suo libro su Papa Francesco la docente ha messo in evidenza il registro semplice e colloquiale della sua parola. E l’invito del Pontefice a “non cedere alla sfiducia di fronte al male”. Ognuno di noi ha la sua storia e fa la storia, così come l’io diventa dinamico quando si apre al tu e al noi. Rivolgendosi ai giovani la Prof.ssa Fusco ha richiamato che l’esperienza cristiana è quotidianità, in cui utilizzare la chiave della semplicità e autenticità.

Ha concluso i lavori Antonio Mattone della Comunità di Sant’Egidio che ha incentrato la sua riflessione sulla questione dei migranti, la cui vita è sotto i nostri occhi con donne, uomini, bambini, e anziani costretti a fuggire dai loro paesi. “Si dice che le persone che fuggono per la fame hanno meno diritti dei migranti che scappano dalle guerre o per motivi politici. Per me è una distinzione sbagliata. Alcuni sostengono, inoltre, che bisogna aiutarli nei loro paesi, ma è una posizione contradittoria perché la cooperazione oggi è ridotta ai minimi termini. Non dobbiamo prestare ascolto agli imprenditori della paura. Dobbiamo agire sapendo che è impossibile fermare questa onda”. Mattone si è anche chiesto: “Alcuni chiedono che gli immigrati siano rimpatriati. Dove? Con quali garanzie? Dobbiamo ributtarli in mare? Non possiamo dimenticare che nel mare Mediterraneo ci sono 20mila morti. E’ inammissibile l’accordo del governo italiano con la Libia che non ha un vero governo”. Il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio ha poi ricordato il dramma della Siria rispetto alla quale la sua organizzazione ha promosso dei corridoi umanitari per portare in Italia 700 siriani. Antonio Mattone ha concluso il suo intervento dicendo: “Si spendono tanti soldi per il primo soccorso e quasi nulla per l’integrazione”. Dovremmo, perciò, prestare la giusta attenzione anche a questo aspetto, che è fondamentale per una convivenza pacifica nelle nostre comunità.

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CIVES: Rendere il territorio capace di generare idee nuove

17 febbraio 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives

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“Innovare il territorio” è stato il tema affrontato ieri giovedì 16 febbraio presso la Sala Lazzati del Centro di Cultura “Raffaele Calabria” nell’ambito dell’ottavo incontro della decima edizione di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune. Ha introdotto i lavori Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro che ha spiegato: “L’innovazione è un processo sociale complesso che coinvolge tanti attori e molti aspetti: dalle conoscenze alle dimensioni sociali, da quelli tecnologici ai profili economici e politici. Il nostro territorio può avere un futuro se tutte le sue componenti decidono di lavorare su una strategia di implementazione di vere innovazioni”. A relazionare sull’importante tema è stato Carmine Nardone Presidente dell’Associazione Futuridea.

La chiave di lettura dell’intera relazione è condensata nella frase di John Cage, compositore e scrittore, citata da Nardone: “Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie”. Nardone ha sottolineato che il suo impegno sui temi dell’innovazione affonda le radici nella sua formazione avvenuta nell’ambito della scuola di agraria di Portici che aveva come punto di riferimento Manlio Rossi Doria e che tutti i risultati ottenuti da Futuridea sono frutto di un lavoro collettivo di studiosi e talenti locali. Ieri erano presenti all’incontro l’architetto Mario Festa e l’agronomo Imma Florio. Egli ha sottolineato che l’attenzione dell’associazione si è concentrata sulle innovazioni che danno sostenibilità ed in particolare sul bioterritorio intelligente. Esso incarna il tema della complessità locale perché composto di tante variabili, ognuna delle quali ha un suo percorso: risorsa genetica, risorsa acqua, risorsa suolo, risorsa energia, orografia, paesaggio, clima, antropizzazione, storia, servizi, imprese, prodotto locale tipizzato etichettato, ricerca-conoscenza-innovazione, bioetica, bioeconomia, istituzioni. Queste idee sono condensate in un volume collettaneo di Futuridea pubblicato a Singapore, che sta avendo una diffusione online a livello mondiale e che sarà presentato prossimamente a Benevento.

Nardone ha illustrato il passaggio che stiamo vivendo, cioè dalla società industriale alla società della conoscenza. “Oggi assistiamo ad un ritmo accelerato del cambiamento sociale. Prima l’innovazione era lenta e si basava sulla capacità di ripetere. Adesso che l’innovazione è diventata tumultuosa, con una complessità crescente dei nuovi saperi indispensabili, le conoscenze tradizionali diventano velocemente obsolete. Ma il rischio vero è che rimanga esclusa una parte significativa delle persone. In questo senso è importante immaginare un nuovo rapporto tra innovazione tecnologica e innovazione sociale per combattere il rischio esclusione”. Altra riflessione fondamentale è verificare costantemente lo stato della conoscenza, stando attenti all’uso di internet per capire le numerose falsità presenti nella rete. Il relatore ha insistito sul fatto che bisogna lavorare per dare vita ad un Laboratorio di Innovazione Territoriale che si caratterizzi per elementi di originalità rispetto ad altre esperienze realizzate. “Un territorio deve avere capacità di generare idee, promuovere la creatività per trasformarle in innovazione e accrescere la qualità della comunicazione territoriale”. Questa proposta di laboratori di innovazione deve essere contraddistinta da un orientamento dello scouting delle innovazioni secondo criteri di compatibilità tra sostenibilità e competitività delle imprese. Per generare soluzioni creative ai problemi dobbiamo passare attraverso due processi: uno di pensiero divergente (curiosità, inventiva, attività) e uno di pensiero convergente (conoscenza, decisione, valutazione).

Il Presidente Nardone ha poi citato i numerosi progetti predisposti da Futuridea: dal riuso ecosostenibile di vecchi edifici e aree produttive a San Potito Sannitico e Sant’Agata de’ Goti, all’eco-serra come struttura autosufficiente dal punto di vista energetico, dalla realizzazione di un eco-magazzino mediante la prefabbricazione in legno e il recupero della paglia nell’area del Fortore, all’eco-valorizzazione del prodotto lana, dal riuso dell’ex manifattura dei tabacchi a Benevento, all’azienda-collaudo di Casaldianni di nuove tecnologie e prototipi da realizzare in collaborazione con la Caritas della diocesi di Benevento. E’ stato citato anche il caso di successo di un’azienda sannita, G8 Mobili, che si è aggiudicata la fornitura di scaffali in bambù per la nuova biblioteca dell’Università di Trento progettata dall’architetto Renzo Piano. Questo grazie all’utilizzo di un macchinario innovativo che impegna 13 lavoratori. Nardone ha anticipato, inoltre, il brevetto innovativo di un artigiano di Baselice che ha progettato un apparecchio per arrostire la carne eliminando le sostanze cancerogene legate alla cottura. Ed infine il caso dell’azienda Spinvector che occupa 27 ingegneri e che sta aprendo una sede in Germania. La lezione si è conclusa con l’auspicio che si possano stabilire forme di collaborazione tra CIVES e Futuridea.

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CIVES: ottavo incontro sul tema “Innovare il territorio”

13 febbraio 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives

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Giovedì 16 febbraio alle ore 17.00 presso il Centro di Cultura “R. Calabrìa”, in P.zza Orsini 33, si terrà l’ottavo incontro della decima edizione di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune sul tema: “Innovare il territorio”. Interverrà l’On. Carmine Nardone Presidente dell’Associazione Futuridea.

Il laboratorio CIVES è promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento in collaborazione con il Centro di Cultura “R. Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il tema generale dell’edizione 2016 – 2017 è: Facciamo nuove tutte le cose. Il percorso formativo si articolerà in 13 incontri e in attività laboratoriali.

Coordinatore dell’iniziativa formativa è Ettore Rossi, Direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro, mentre la direzione scientifica è affidata al Prof. Paolo Rizzi dell’Università Cattolica.

CIVES: Le reti di scopo per cucire le relazioni nella comunità

10 febbraio 2017 • pubblicato da: Redazione • in Cives

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Si è svolto ieri giovedì 9 febbraio presso la Sala Lazzati del Centro di Cultura “Raffaele Calabria” il settimo incontro della decima edizione di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune sul tema “Costruire reti, diventare comunità”.   Ha introdotto i lavori Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro che ha spiegato: ”Il tempo che viviamo richiede l’attivazione di reti virtuose dal basso per rispondere ai bisogni più urgenti delle persone più in difficoltà delle nostre comunità. L’esperienza ci dice che se si procede in questo modo si riesce ad innescare anche la risposta doverosa delle istituzioni pubbliche, oggi in grande difficoltà. E’ un compito che le realtà solidali del territorio devono assumersi per non lasciare che il tessuto sociale si sfrangi ulteriormente”.

Relatori dell’incontro sono stati don Nicola De Blasio, direttore della Caritas della Diocesi di Benevento e il prof. Francesco Vasca, ordinario di Automatica presso l’Università del Sannio, impegnati insieme in un lavoro di progettazione e riqualificazione umana del territorio. Don Nicola con il supporto del coordinatore generale della Caritas diocesana, Angelo Moretti, ha lanciato una proposta di innovazione e di rinnovamento alle piccole comunità. Con il “Manifesto per una rete campana dei piccoli Comuni del Welcome”, la Caritas offre il proprio know-how a favore di Comuni che vogliano perseguire una politica di welfare locale e partecipare ai bandi di accesso a fondi europei per la realizzazione dei SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e PTRI (Progetti Terapeutico- Riabilitativi Individuali).

Si tratta di fondi che superano la cifra di sette miliardi di euro – ha spiegato don Nicola – e che restano inutilizzati per mancata intercettazione. Al 31 ottobre 2016 solo poche domande sono pervenute per l’accesso ai fondi relativi alla creazione di centri di accoglienza, a fronte delle grandi cifre in giacenza. Soldi che potrebbero cambiare la sorte di piccoli centri, ormai sulla via del default e non solo per mancanza di fondi. L’immigrazione, dice il direttore, è la chiave di volta per la ripopolazione di aree in via di desertificazione ma ancora la paura del diverso offusca la mente ed impedisce un corretto approccio a persone sofferenti e ad un fenomeno di cui siamo stati noi stessi protagonisti quando eravamo in cerca di fortuna o in fuga da conflitti mondiali.

Il Prof. Francesco Vasca nella sua relazione ha spiegato che siamo attorniati dalle reti, trattandosi di un fenomeno naturale. “Ognuno di noi è un nodo di una rete” ha detto. Cosa possiamo fare per diventare comunità? “La parola chiave è: reti di scopo. La trasformazione delle reti sociali in reti di scopo richiede un approccio di tipo scientifico. “Usiamo modelli per semplificare la complessità della vita che ci circonda e predire il futuro, come un orizzonte che scivola in avanti”, prosegue nel suo ragionamento il docente. Le persone sono qualcosa di complesso ed abbiamo bisogno di strumenti per scavare  nella loro essenzialità e scoprire il senso profondo delle cose. Il docente sostiene la sua tesi con le parole del filosofo francese Paul Ricoeur: ”Raccontiamo delle storie perché le vite umane hanno bisogno di essere raccontate”.  Hanno bisogno di chi racconti la complessità e la resilienza, cioè la capacità adattiva, di chi si trova in difficoltà. “La nostra vita ha senso – prosegue Vasca – se ci sentiamo parte di una rete di scopo, che abbia nodi eterogenei e complementari per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato e se, in una logica di comunità, siamo cucitori di relazioni”.

Gli fa eco Don Nicola De Blasio che ricorda come anche lui abbia optato per la cura delle relazioni e dell’umanità quando nel 2005 l’allora arcivescovo S.E. Andrea Mugione, gli propose di scegliere tra due ruoli: fare l’economo o il direttore della Caritas. Egli spiega come il suo scopo fondamentale sia che la Caritas non esista più, in quanto esito di reti portate a compimento e rese finalmente autonome. Ma al momento la parola fine è ancora lontana e tocca lavorare sodo, elaborare delusioni e continuare a credere ed essere animati da un ideale intorno al quale aggregare altri. La rete vive grazie ad un’organizzazione in cui si riconoscano ruoli, assunzione di responsabilità, strumenti di comunicazione interna tra gli attori del processo e comunicazione con l’esterno. Fondamentali sono il rispetto delle procedure e gli strumenti a supporto di controllo e verifica. Con il suo sostegno in vista dei prossimi bandi la Caritas si impegna a lavorare sul potenziale generativo delle persone, per trasformare le realtà territoriali che lo vogliano in “Comuni accoglienti”, capaci di recuperare risorse, di creare sinergie, di valorizzare quanto è possibile. A sostegno di quanto afferma, don Nicola racconta delle felici esperienze di integrazione e di ripopolazione di piccoli borghi, come per esempio quello di Petruro Irpino, altrimenti destinato a scomparire e conclude: “La storia ci chiederà conto del nostro atteggiamento. Facciamo che sia accogliente”.

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