CIVES: Le reti di scopo per cucire le relazioni nella comunità

pubblicato da Redazione • 10 febbraio 2017

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Si è svolto ieri giovedì 9 febbraio presso la Sala Lazzati del Centro di Cultura “Raffaele Calabria” il settimo incontro della decima edizione di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune sul tema “Costruire reti, diventare comunità”.   Ha introdotto i lavori Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro che ha spiegato: ”Il tempo che viviamo richiede l’attivazione di reti virtuose dal basso per rispondere ai bisogni più urgenti delle persone più in difficoltà delle nostre comunità. L’esperienza ci dice che se si procede in questo modo si riesce ad innescare anche la risposta doverosa delle istituzioni pubbliche, oggi in grande difficoltà. E’ un compito che le realtà solidali del territorio devono assumersi per non lasciare che il tessuto sociale si sfrangi ulteriormente”.

Relatori dell’incontro sono stati don Nicola De Blasio, direttore della Caritas della Diocesi di Benevento e il prof. Francesco Vasca, ordinario di Automatica presso l’Università del Sannio, impegnati insieme in un lavoro di progettazione e riqualificazione umana del territorio. Don Nicola con il supporto del coordinatore generale della Caritas diocesana, Angelo Moretti, ha lanciato una proposta di innovazione e di rinnovamento alle piccole comunità. Con il “Manifesto per una rete campana dei piccoli Comuni del Welcome”, la Caritas offre il proprio know-how a favore di Comuni che vogliano perseguire una politica di welfare locale e partecipare ai bandi di accesso a fondi europei per la realizzazione dei SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e PTRI (Progetti Terapeutico- Riabilitativi Individuali).

Si tratta di fondi che superano la cifra di sette miliardi di euro – ha spiegato don Nicola – e che restano inutilizzati per mancata intercettazione. Al 31 ottobre 2016 solo poche domande sono pervenute per l’accesso ai fondi relativi alla creazione di centri di accoglienza, a fronte delle grandi cifre in giacenza. Soldi che potrebbero cambiare la sorte di piccoli centri, ormai sulla via del default e non solo per mancanza di fondi. L’immigrazione, dice il direttore, è la chiave di volta per la ripopolazione di aree in via di desertificazione ma ancora la paura del diverso offusca la mente ed impedisce un corretto approccio a persone sofferenti e ad un fenomeno di cui siamo stati noi stessi protagonisti quando eravamo in cerca di fortuna o in fuga da conflitti mondiali.

Il Prof. Francesco Vasca nella sua relazione ha spiegato che siamo attorniati dalle reti, trattandosi di un fenomeno naturale. “Ognuno di noi è un nodo di una rete” ha detto. Cosa possiamo fare per diventare comunità? “La parola chiave è: reti di scopo. La trasformazione delle reti sociali in reti di scopo richiede un approccio di tipo scientifico. “Usiamo modelli per semplificare la complessità della vita che ci circonda e predire il futuro, come un orizzonte che scivola in avanti”, prosegue nel suo ragionamento il docente. Le persone sono qualcosa di complesso ed abbiamo bisogno di strumenti per scavare  nella loro essenzialità e scoprire il senso profondo delle cose. Il docente sostiene la sua tesi con le parole del filosofo francese Paul Ricoeur: ”Raccontiamo delle storie perché le vite umane hanno bisogno di essere raccontate”.  Hanno bisogno di chi racconti la complessità e la resilienza, cioè la capacità adattiva, di chi si trova in difficoltà. “La nostra vita ha senso – prosegue Vasca – se ci sentiamo parte di una rete di scopo, che abbia nodi eterogenei e complementari per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato e se, in una logica di comunità, siamo cucitori di relazioni”.

Gli fa eco Don Nicola De Blasio che ricorda come anche lui abbia optato per la cura delle relazioni e dell’umanità quando nel 2005 l’allora arcivescovo S.E. Andrea Mugione, gli propose di scegliere tra due ruoli: fare l’economo o il direttore della Caritas. Egli spiega come il suo scopo fondamentale sia che la Caritas non esista più, in quanto esito di reti portate a compimento e rese finalmente autonome. Ma al momento la parola fine è ancora lontana e tocca lavorare sodo, elaborare delusioni e continuare a credere ed essere animati da un ideale intorno al quale aggregare altri. La rete vive grazie ad un’organizzazione in cui si riconoscano ruoli, assunzione di responsabilità, strumenti di comunicazione interna tra gli attori del processo e comunicazione con l’esterno. Fondamentali sono il rispetto delle procedure e gli strumenti a supporto di controllo e verifica. Con il suo sostegno in vista dei prossimi bandi la Caritas si impegna a lavorare sul potenziale generativo delle persone, per trasformare le realtà territoriali che lo vogliano in “Comuni accoglienti”, capaci di recuperare risorse, di creare sinergie, di valorizzare quanto è possibile. A sostegno di quanto afferma, don Nicola racconta delle felici esperienze di integrazione e di ripopolazione di piccoli borghi, come per esempio quello di Petruro Irpino, altrimenti destinato a scomparire e conclude: “La storia ci chiederà conto del nostro atteggiamento. Facciamo che sia accogliente”.

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