CIVES: con il lavoro partecipiamo ad un progetto di trasformazione del mondo

pubblicato da Redazione • 14 gennaio 2017

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“Il lavoro che verrà. La prospettiva della prossima settimana sociale dei cattolici italiani”, è il tema trattato ieri giovedì 12 gennaio nell’ambito di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune, giunto al suo quinto incontro. Ha introdotto i lavori Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro che ha ricordato come il tema del lavoro, soprattutto giovanile, sia l’emergenza numero della nostra società: “Tanto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di fine 2016 agli italiani – ha spiegato Rossi – quanto Papa Francesco nel “Te Deum” di ringraziamento per l’anno trascorso hanno voluto ricordare la sofferenza dei giovani alle prese con la ricerca, tante volte vana, del lavoro. Tutte le energie istituzionali, sociali ed economiche devono allora essere poste al servizio di un impegno per il loro riscatto generazionale.

Relatrice d’eccezione di CIVES sul tema è stata la Prof.ssa Suor Alessandra Smerilli, docente di Economia Politica presso la Pontificia Facoltà di Scienza dell’Educazione Auxilium. “Ci soffermiamo a parlare del lavoro spesso solo aggettivandolo: precario, dipendente, autonomo, nero ma dovremmo piuttosto cercare di dargli una definizione, cioè che cosa è il lavoro?”, esordisce l’economista. Il lavoro è molto di più che guadagnarsi da vivere. E’ espressione di dignità, è cemento della società, è il luogo dove si diventa adulti ed è fatica. Ma è soprattutto il modo in cui ci facciamo conoscere agli altri. Ogni persona che lavora partecipa ad un progetto di trasformazione del mondo. Peccato che una generazione intera di giovani sia tagliata fuori da questo ruolo attivo e la successiva non sembra avere vita più facile. Privare qualcuno di contribuire alla costruzione sociale significa negare la dimensione oggettiva del lavoro, ma anche quella soggettiva, di potersi guardare nello specchio del proprio lavoro e riconoscersi. La cultura capitalistica dominante e la teoria economica su cui si regge stanno operando una rivoluzione silenziosa di portata epocale, conferendo al denaro la motivazione principale al lavoro. Contemporaneamente, le innovazioni tecnologiche rivoluzionano tempi e spazi lavorativi.

In un futuro non molto lontano un terzo della popolazione mondiale sarà potrà soddisfare tutte le esigenze che le società esprimono. Aumentano, soprattutto negli USA, le persone che lavorano da casa con l’impegno di andare in ufficio una volta a settimana. Apparentemente si tratterà di un trend positivo, potendo i lavoratori gestire il proprio tempo, ma ci sarà il rischio di perdere la dimensione comunitaria del lavoro, quella in cui ci si riconosce cooperando. Il lavoro, dunque, rischia di diventare sempre più spersonalizzato. In Italia questo andrà a sommarsi a problemi già esistenti, alla difficoltà di riconoscere equità etnica, di genere e generazionale.


I dati statistici confermano che la popolazione degli ultra sessantacinquenni supera quella con meno di vent’anni. La disoccupazione giovanile rappresenta per l’Italia un problema strutturale, ma è mutata la sua interpretazione prevalente: dall’idea di volontarietà a quella di destino condiviso da un’intera generazione sacrificata da quelle che l’hanno preceduta e soggetta al rischio di restare strutturalmente ai margini della vita attiva. Suor Alessandra Smerilli offre un ulteriore spunto di riflessione quando introduce il concetto di “regime di breadwinner” o il riconoscimento del valore lavorativo e della competizione carrieristica per i maschi e quello della “dedizione naturale” delle donne alle attività domestiche e di cura.

Potremo mai uscire dai nostri luoghi comuni e favorire il lavoro per tutti? La docente porta l’idea di Jennifer Nedelsky, canadese, filosofa della politica che pensa di poter far fiorire la persona in tutte le sue dimensioni ricorrendo ad una soluzione semplice ma potenzialmente efficace: lavoro part-time per tutti per un massimo di 30 ore settimanali e riconoscimento di almeno 12 ore da dedicare alla cura personale e familiare. Per farlo occorre ridisegnare le norme sociali.

Una seconda riflessione per una ricerca proficua di lavoro porta a guardare alla necessità che i giovani completino il proprio curriculum con le “soft skill” o competenze trasversali, da affiancare alle “hard skill” o competenze lavorative specifiche. Al cuoco non basta più saper dosare gli ingredienti né al medico saper curare i pazienti. Si richiede resilienza, flessibilità, curiosità, spirito imprenditoriale, capacità di cooperazione. I giovani ne sono consci e i datori di lavoro per il 47% dichiarano di non riuscire ad impiegarli, mancando di tali requisiti. Purtroppo le università continuano a dichiarare che i giovani laureati sono pronti per la realtà produttiva e il mismatch o disallineamento tra mondo della formazione e mondo del lavoro procura ulteriori disagi, cui alcune aziende stanno rispondendo affiancando tutor in progetti esperienziali atti a far dei giovani quelli che Enrico Mattei soleva definire “uomini interi”.

Per quanto riguarda il cammino preparatorio alla 48sima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani prevista a Cagliari a fine ottobre 2017, la Prof.ssa Smerilli ha illustrato le cinque prospettive individuate: il lavoro come vocazione, opportunità, valore, fondamento di comunità e promotore di legalità. Esse verranno viste attorno a quattro registri comunicativi: la denuncia, il racconto del lavoro nelle sue trasformazioni, le buone pratiche, le proposte. E questa grande riflessione sarà svolta “non perché siamo cattolici ma perché siamo persone appassionate al bene comune”.

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